venerdì, dicembre 30, 2005

martedì, dicembre 20, 2005

che atmosfera....



rimanendo sempre a NYC non male quest'atmosfera. La fotografa ha 23 anni e pubblica su flickr con il nome di lastexit. Bravissima. Mi ricorda quei quadri di fine '800 con una Londra al tramonto e strade e marciapiedi ancora bagnati da un acquazzone: tecnicamente qualcosa di simile a Boldini ma focalizzato sul paesaggio Se trovo un esempio lo pubblico, ne ho in mente uno ma non mi ricordo chi, quando, dove.

domenica, dicembre 18, 2005

ecco le prime due...




so che è un luogo comune ma quando non bombardavano così tanto erano veramente teneri!

natale 2005 o 1955?



non è un periodo esaltante ma un albero bianco, pieno di luci e la faccia di Rudolph che ti guarda può illuderti, per un attimo, che il mondo sappia ancora essere una fiaba. D'altra parte è in questo periodo che si tirano fuori dall'armadio i film di Frank Capra. Ci avete fatto caso che è in corso un enorme revival del Natale old style? Babbi Natale anni '50, strade innevate come nemmeno Disney aveva mai osato immaginare, pupazzi di pezza da appendere all'albero, ecc...

C'erano delle cover fantastiche nei New Yorker degli anni '50 e'60. Adesso le cerco e le pubblico: che il santo protettore del copy right me la mandi buona. D'altra parte anche per la Condè Nast è Natale (oppure no?). Ciao...

domenica, dicembre 11, 2005

blade runner?



fatman (grazie, grazie) ha pubblicato su flickr questa foto di una città orientale. Avete presente Blade Runner, la musica di Vangelis, la pioggia continua, gli aero-taxi a mezz'altezza e la voce che diceva: "Visitate le colonie extramondo ecc...ecc...? E'un film del 1982 (più di vent'anni fa) ma sembra girato qui, oggi.
L'androide si sbagliava quando, alla fine del combattimento con Harrison Ford, diceva: "..E tutti quei ricordi, andranno perduti...nel tempo....come lacrime nella pioggia....". Tutti quei ricordi sono qui, ben vivi e ben forti. Buonanotte.

mercoledì, dicembre 07, 2005

hai presente il profumo del sole?



in tutto questo freddo mi è venuta voglia di una bella giornata di vento. Vi ricordate il profumo del sole sulla biancheria stesa? Me lo hanno ricordato due cose: la prima è il concorso di designboom (bel stito di design) in cui si ipotizzano, con la sponsorizzazione di Electrolux, oggetti di uso comune nella casa del 2020. Ebbene una designer (credo coreana) inventa una lavatrice che funziona con la luce del sole.
L'altro ricordo è legato a Niccolini (vi ricordare l'assessore alla cultura di Roma che inventò l'estate romana?). Ebbene in una intervista di qualche anno fa si lamentò di non avere realizzato il sogno di un creativo-nostalgico che voleva invadere le piazze romane con file di panni stesi al sole per ri-catturare il profumo del bucato "attraversato" dai raggi del sole.. Ah, quel profumo, e quello del vento....

venerdì, dicembre 02, 2005

la provincia? Disappeared!

da la Domenica di Repubblica
27 novembre 2005

La carica dei cloni: il villaggio globale cancella il villaggio
ENRICO FRANCESCHINI

I segni erano sotto gli occhi di tutti. Internet, telefonino, televisione satellitare hanno azzerato le distanze, geografiche e culturali. Nel mondo occidentale non esiste più un’area, per quanto isolata e remota, che non sia in grado di stabilire un immediato contatto con l’onnipresente metropoli. Di fatto nel villaggio globale il centro è diventato indistinguibile dai bordi: la globalizzazione ha fatto scomparire il villaggio. Restava solo il problema di come chiamare il fenomeno, di dargli un nome per poterlo individuare meglio. È venuto in mente a un sociologo inglese, Jeremy Seabrook, che sulla rivista letteraria britannica Granta ha scritto un articolo intitolato La fine della provincia. Se da qualche parte in Occidente esistono ancora cittadine di provincia, gente di provincia, vita di provincia, sono un residuato in via di estinzione, sostiene l’autore, con una punta di malinconia: «Perché sebbene il provincialismo venga associato a grettezza, arretratezza mentale ed economica, esso rappresenta anche un radicamento, un senso di appartenenza, una genuinità locale, non ancora infettate dall’assimilazione universale della globalizzazione».

Affermare che non ci sono più provincia e provinciali, naturalmente, è un’iperbole. Ma nemmeno Francis Fukuyama, il filosofo americano un cui controverso saggio annunciò «la fine della Storia» subito dopo il crollo del comunismo, intendeva dire che la Storia aveva cessato di scorrere. Il suo errore fu scambiare la fine della Guerra Fredda tra est ed ovest con la fine dei conflitti, delle guerre, degli scontri tribali: vide giusto, tuttavia, nel realizzare la vittoria o almeno il predominio dell’ideologia capitalista, più o meno accompagnata da quella democratica. In maniera analoga si può dire, a proposito dell’articolo di Granta— apparso in un numero dedicato al “countryside”, alla campagna e ai campagnoli “o a quel che ne resta”, recita il sottotitolo in copertina — che la gente e la vita di provincia continuano a esistere, in Europa come in America, ma è innegabile la tendenza a uniformarli alla gente e alla vita di città, a fare della campagna una cosa sola con la metropoli. Il processo, in effetti, è cominciato da un pezzo: Pier Paolo Pasolini ne parlava trent’anni fa, lamentando l’avvento di un’Italia televisiva, identica dalle Alpi alla Sicilia, e la scomparsa delle lucciole. Il “world wide web” e la globalizzazione economica hanno solo accelerato la trasformazione.

Il sociologo Seabrook è un nemico dichiarato del globalismo estremo: non per nulla il suo ultimo libro s’intitola Consuming cultures, globalization and local lives(Culture che si consumano, globalizzazione e vita locale). Ciononostante, neppure lui nega che l’economia globale abbia portato progressi. «Regioni che per secoli sono rimaste circoscritte, chiuse su se stesse e autarchiche, tessendo pazientemente una rete di relazioni di parentela, di comunità e di lavoro, si ritrovano improvvisamente parte di una rete globale ben più ampia in scopi e raggio d’azione», scrive su Granta. Su questi nuovi network è possibile fare conoscenza istantanea con persone lontane centinaia o migliaia di chilometri; i confini del mercato del lavoro esplodono, allargandosi all’infinito; la ricerca di informazioni, cultura, intrattenimento, non esclude più il “provinciale”, come i Vitelloni felliniani che sognano Roma guardando i binari della ferrovia, poiché oggi, dovunque uno si trovi, non è più tagliato fuori da niente. L’unica provincia sopravvissuta, conclude Seabrook, è la provincia della povertà, dove Internet, telefonino e antenne a disco satellitari non sono ancora arrivati; ma dove, presumibilmente, non tarderanno troppo.

Se la fine della provincia misera e ortodossa dovrebbe essere motivo di gioia per tutti, c’è anche del rammarico per ciò che va perduto con la sua scomparsa, e la rivista Grantanon è sola a notarlo. Coloro che sono fuggiti dai villaggi e dalle campagne in cerca di benessere non vivono certamente meglio negli sterminati alveari dei sobborghi o nei disumani ghetti urbani. Ma anche coloro che sono rimasti in provincia stentano a riconoscerla, e non solo per via di Internet e dei telefonini. Prendiamo la Gran Bretagna, dove ormai ogni strada e ogni quartiere, dalla megalopoli Londra fino alle cittadine di poche decine di migliaia di abitanti, stanno diventando uguali l’uno all’altra, accusa il Guardian, denunciando il trend della “città clonate”: dappertutto gli stessi negozi con le stesse vetrine appartenenti alle stesse catene, boutique Gap, caffè Starbucks, ristorante McDonald’s, supermarket Tesco, cinema multisala Odeon, farmacia Boot, libreria Waterstone, edicola W. H. Smith, un panorama commerciale e urbano che uccide l’identità e la diversità, per cui il centro di Stratford-upon-Avon, deliziosa città natale di Shakespeare, è il clone delle vie dello shopping nella capitale.

Nel Regno Unito la progressiva espansione dei “chain stores”, le catene di empori e negozi tutti uguali, provoca la chiusura di cinquanta botteghe indipendenti alla settimana: droghieri, macellai, fornai, pescivendoli. Insieme alla varietà, si riduce la scelta: le catene di cartolibrerie e edicole si concentrano sui cento giornali e riviste più venduti, al contrario delle edicole indipendenti che offrivano molte più testate, e la stessa cosa accade con l’offerta di film in dvd e con i cd musicali. Perfino i pub non ce la fanno più, travolti da catene di ristorazione e shopping-center: in tutta l’Inghilterra ne chiudono ventisei al mese, sei alla settimana tra i settemila ancora aperti nelle zone rurali. E mentre l’abitante di una grande città come Londra può sempre trovare una libreria, un’edicola, un negozio di musica indipendente, un vecchio pub, in provincia è impossibile, bisogna accontentarsi di quello che c’è: che paradossalmente finisce per essere meno, come possibilità di scelta, di quello che c’era una volta.

Negli Stati Uniti, dove la “clonazione urbana” era cominciata ancora prima, è anche peggio. Il settimanale Newsweekcita il caso Wal-Mart: quarant’anni or sono era una piccola catena di supermercati rionali, oggi ha cento milioni di clienti alla settimana, e ogni tre giorni apre una nuova filiale da qualche parte nel mondo. Secondo un recente studio, nei dieci anni in cui Wal-Mart è sbarcato in Iowa, in quel piccolo stato degli Usa hanno cessato l’attività 7.326 pubblici esercizi. La «fine della provincia» significa anche questo.

«Quando avremo perduto le nostre locande di paese», ammoniva il poeta Hilarie Belloc nel 1930, «non avremo più un’Inghilterra», e sicuramente esagerava. Ma intanto sono sorti in Europa movimenti come quello italiano delle “Città Slow”, le città “lente” in contrapposizione al “fast food” e a tutto quanto è troppo “veloce” nella vita d’oggi; o come la “Confederation Paysanne” di Jose Bove, la confederazione dei “paesani” in Francia. Come è noto, Bove è uno di quelli che nella globalizzazione vedono il diavolo. Altri, con più equilibrio, ritengono che Internet e la New Economy siano strumenti di progresso, ma difendono quel che c’era e c’è di buono nella vita di provincia. Teniamo pure in tasca il telefonino del villaggio globale, dicono, a patto di non rinunciare al villaggio.

invece a Roma...



Invece a Roma basta una rete di lampadine: niente di artistico appeso contro il cielo. Ma che bella l'illuminazione stradale consueta. Mai troppa luce: quel tanto che basta per vederci ma vetrine e palazzi protagonisti assoluti anche di notte, come una volta. Vero: "...Marciellloooo..."?.

giovedì, dicembre 01, 2005

torino: luci d'artista



le luci d'artista di Torino si spengono prima per mancanza di fondi. Soltanto nel week end rimarranno accese fino alle 2 di notte. E un segno dei tempi ma fa un po' tristezza: si fa festa fino alle 23 dicendo: "Siamo una delle potenze mondiali, abbiamo telefonini e suv a valanga". Ma poi tutti a nanna perchè, sotto sotto, siamo poveri. Avrà ragione Silvio Peron o Romano Cassandra?

mercoledì, novembre 16, 2005

e se venisse voglia di natale?



Il meteo dice che arriva il freddo (come se fosse strano a metà novembre). Le foglie ormai sono andate, l'estate indiana è dall'altra parte dell'oceano...il tweed trionfa sopra e sotto le passerelle...E se venisse voglia di Natale? Beh, allora uno va da Ikea e se lo inventa su un angolo del camino.

martedì, novembre 15, 2005

pointillisme




questa Venezia vera sembra dipinta da un "pointilliste". Il bello è che tutto nasce da quanto di meno naturale si possa pensare: un vaporetto con propulsione diesel e un cellulare Nokia 6670. Sembra la vendetta postuma della città del "chiaro di luna" contro i futuristi che la odiarono con tutto il cuore.

domenica, novembre 13, 2005

non sembra Hopper?



Ho riletto Lodoli e mi è venuta in mente la città che dipingeva Hopper. Sono passati cinquant'anni scarsi (niente per la storia e gli scenari urbani) ma quei silenzi al bancone e le parole dell'allieva di Lodoli sembrano distanti quattro secoli. Eppure, proprio al Salone del Mobile, in primavera, Hopper sembrava abitare alla porta accanto. Isn't it?

Mondo reale e mondo virtuale:un bellissimo pezzo

I senza futuro di casa nostra
   
da Repubblica del 12.11.05
di MARCO LODOLI
 
LA LUCE degli incendi nelle banlieues parigine è arrivata fin qui, a rischiarare le zone d´ombra delle nostre città e i discorsi della gente. Finalmente si presta attenzione agli esclusi, a chi vive sui bordi, a chi se la passa veramente male. Non so se in Italia, come sostiene Prodi, la situazione sia altrettanto esplosiva che in Francia; anzi, sinceramente non lo credo. Ma questo non cambia di una virgola l´ordine del discorso, che si pone nei seguenti termini: la vita nelle periferie delle grandi città è inevitabilmente predisposta alla criminalità. Elenchiamo i dati, nudi e crudi. Centinaia di migliaia di giovani vivacchiano senza studiare e senza lavorare, spogliati di ogni volontà.

i quartieri dove passano i giorni e le notti sono puro squallore, cemento e cocaina, centri commerciali e miseria, nessun cinema, nessun teatro, nessuna libreria, niente; in testa da quasi vent´anni i ragazzi hanno due o tre chiodi fissi, piantati con crudeltà dalla cultura imperante: soldi, successo, divertimento. Tra loro si muovono sempre più numerosi gli immigrati, a volte operosi, e dunque meglio disposti a sobbarcarsi del poco lavoro disponibile, a volte sovreccitati dalle potenzialità offerte fintamente dal nostro mondo, e dunque sfacciati e aggressivi nella ricerca di un posticino al sole. Mescolate tutto questo, agitate, e la molotov è pronta.

I miei allievi hanno chiara solo una cosa: non vogliono ripetere la vita dei loro nonni e dei loro genitori. Un´esistenza fatta di sacrifici, mutui trentennali per la casetta, denti stretti, fatica quotidiana, chiesa la domenica e sveglia alle sei del lunedì, briciole e sangue, loro non la vogliono più. Sono cresciuti tra mille garanzie di una felicità imminente, videoclip colorati e frenetici, show e risate e immagini goduriose su ogni canale, sulla strada illuminata che deve portare a una Terra Promessa, e indietro non ci vogliono tornare. Come gli albanesi, hanno visto che oltre il tempestoso ma breve braccio di mare c´è la Cuccagna, e di sicuro non si accontentano di niente di meno. Poi passano i giorni, le settimane, i mesi, gli anni e non accade niente. La strada sotto casa è ancora piena di buche e di fango, lo spacciatore all´angolo è sempre lì, la noia e la desolazione non si spostano di un metro, e allora nella testa cresce lo sconforto. La solitudine. Oppure la rabbia.

Una ragazza mi ha detto: «Professore, ha presente il fascio di luce che d´improvviso avvolge l´ospite d´onore e lo separa dal buio? Quella chiazza bianca o gialla sul palcoscenico? Mi sono accorta che è piccola, un cerchio minimo. Tutti non ci possiamo entrare, e neanche parecchi. Lì c´è posto per pochissimi. Per gli altri c´è il buio, il niente, al massimo un posto in platea per applaudire chi ce l´ha fatta e crepare d´invidia. A me non piace stare da una parte ad applaudire gli altri. Oggi a nessuno piace. Ma non mi va nemmeno di uscire dal teatro e mettermi a battere chiodi o sudare per due lire come mio padre e mia madre. Io quella luce la voglio. Io li capisco quelli che bruciano le macchine a Parigi. Loro la luce se la fanno da soli, e il mondo li guarda, arrivano le telecamere e il buio non c´è più, non c´è più questo schifo di vita».

Forse ha ragione la mia allieva, è una che sente come va il mondo meglio di tanti sociologi. Forse le cose stanno proprio così. Una macchina che brucia è già un faro, un vanto, un salto fuori dal nulla. Ormai solo il successo libera dal senso di fallimento e di morte. Il successo è la nostra corta eternità. La vita, con i suoi pesi e le sue tribolazioni, non la vuole più nessuno. E allora prepariamoci a spegnere i fuochi che abbiamo voluto accendere nella sterpaglia dell´esistenza, dopo tanti inviti ad ardere festosamente, prepariamo gli idranti.

a proposito di skyline



E' un attimo, quell'istante brevissimo tra il giorno e la notte che nel cinema si chiama: "...luce a cavallo...". Quel momento dove anche una qualsiasi rampa del supermercato sembra illuminata da Vittorio Storaro. Ecco quella luce lì....

sabato, novembre 12, 2005

isaiacom

12 novembre 2005, 19 56. Questo blog nasce in una serata nebbiosa con quel profumo di gomma e metallo nell'aria che ti riporta subito agli anni '60. Un periodo in cui l'inverno aveva sempre quest'odore e tutto sembrava più semplice, ingenuo (ma forse non era vero).

Arrivano notizie delle notti infuocate di Parigi ma sembrano lontanissime. Si parla di periferia: che bel nome. Pieno, concreto; antico anche lui. Solo ieri era "moderno" oggi è un pezzo di passato. Periferia di cosa, di dove, di chi?

Vista dalla campagna la periferia sembra lontanissima. Qui c'è il buio lattiginoso della notte, un silenzio piatto e lontano e coni di luce arancio che legano i lampioni all'asfalto: tutti in fila, ordinati che si illuminano i piedi. E'sabato sera ma in giro non c'è nessuno. Sembra di vivere un momento sospeso, una di quelle sere lente, fuori stagione, magari al mare. Una di quelle sere lucide di neon quando, da qualche bar che sta per chiudere, filtra la luce bleu di una televisione che ti parla di calcio ma lo fa ormai in modo distratto, stanco. Il calcio la sera ha sonno, è consumato. E'lontano anche lui e sta per essere archiviato.

Questo blog nasce in un giorno così, un giorno normale, qualsiasi. Ma quanto tempo c'è voluto per apprezzare un giorno così: un meraviglioso giorno che non urla.