da la Domenica di Repubblica
27 novembre 2005
La carica dei cloni: il villaggio globale cancella il villaggio
ENRICO FRANCESCHINI
I segni erano sotto gli occhi di tutti. Internet, telefonino, televisione satellitare hanno azzerato le distanze, geografiche e culturali. Nel mondo occidentale non esiste più un’area, per quanto isolata e remota, che non sia in grado di stabilire un immediato contatto con l’onnipresente metropoli. Di fatto nel villaggio globale il centro è diventato indistinguibile dai bordi: la globalizzazione ha fatto scomparire il villaggio. Restava solo il problema di come chiamare il fenomeno, di dargli un nome per poterlo individuare meglio. È venuto in mente a un sociologo inglese, Jeremy Seabrook, che sulla rivista letteraria britannica Granta ha scritto un articolo intitolato La fine della provincia. Se da qualche parte in Occidente esistono ancora cittadine di provincia, gente di provincia, vita di provincia, sono un residuato in via di estinzione, sostiene l’autore, con una punta di malinconia: «Perché sebbene il provincialismo venga associato a grettezza, arretratezza mentale ed economica, esso rappresenta anche un radicamento, un senso di appartenenza, una genuinità locale, non ancora infettate dall’assimilazione universale della globalizzazione».
Affermare che non ci sono più provincia e provinciali, naturalmente, è un’iperbole. Ma nemmeno Francis Fukuyama, il filosofo americano un cui controverso saggio annunciò «la fine della Storia» subito dopo il crollo del comunismo, intendeva dire che la Storia aveva cessato di scorrere. Il suo errore fu scambiare la fine della Guerra Fredda tra est ed ovest con la fine dei conflitti, delle guerre, degli scontri tribali: vide giusto, tuttavia, nel realizzare la vittoria o almeno il predominio dell’ideologia capitalista, più o meno accompagnata da quella democratica. In maniera analoga si può dire, a proposito dell’articolo di Granta— apparso in un numero dedicato al “countryside”, alla campagna e ai campagnoli “o a quel che ne resta”, recita il sottotitolo in copertina — che la gente e la vita di provincia continuano a esistere, in Europa come in America, ma è innegabile la tendenza a uniformarli alla gente e alla vita di città, a fare della campagna una cosa sola con la metropoli. Il processo, in effetti, è cominciato da un pezzo: Pier Paolo Pasolini ne parlava trent’anni fa, lamentando l’avvento di un’Italia televisiva, identica dalle Alpi alla Sicilia, e la scomparsa delle lucciole. Il “world wide web” e la globalizzazione economica hanno solo accelerato la trasformazione.
Il sociologo Seabrook è un nemico dichiarato del globalismo estremo: non per nulla il suo ultimo libro s’intitola Consuming cultures, globalization and local lives(Culture che si consumano, globalizzazione e vita locale). Ciononostante, neppure lui nega che l’economia globale abbia portato progressi. «Regioni che per secoli sono rimaste circoscritte, chiuse su se stesse e autarchiche, tessendo pazientemente una rete di relazioni di parentela, di comunità e di lavoro, si ritrovano improvvisamente parte di una rete globale ben più ampia in scopi e raggio d’azione», scrive su Granta. Su questi nuovi network è possibile fare conoscenza istantanea con persone lontane centinaia o migliaia di chilometri; i confini del mercato del lavoro esplodono, allargandosi all’infinito; la ricerca di informazioni, cultura, intrattenimento, non esclude più il “provinciale”, come i Vitelloni felliniani che sognano Roma guardando i binari della ferrovia, poiché oggi, dovunque uno si trovi, non è più tagliato fuori da niente. L’unica provincia sopravvissuta, conclude Seabrook, è la provincia della povertà, dove Internet, telefonino e antenne a disco satellitari non sono ancora arrivati; ma dove, presumibilmente, non tarderanno troppo.
Se la fine della provincia misera e ortodossa dovrebbe essere motivo di gioia per tutti, c’è anche del rammarico per ciò che va perduto con la sua scomparsa, e la rivista Grantanon è sola a notarlo. Coloro che sono fuggiti dai villaggi e dalle campagne in cerca di benessere non vivono certamente meglio negli sterminati alveari dei sobborghi o nei disumani ghetti urbani. Ma anche coloro che sono rimasti in provincia stentano a riconoscerla, e non solo per via di Internet e dei telefonini. Prendiamo la Gran Bretagna, dove ormai ogni strada e ogni quartiere, dalla megalopoli Londra fino alle cittadine di poche decine di migliaia di abitanti, stanno diventando uguali l’uno all’altra, accusa il Guardian, denunciando il trend della “città clonate”: dappertutto gli stessi negozi con le stesse vetrine appartenenti alle stesse catene, boutique Gap, caffè Starbucks, ristorante McDonald’s, supermarket Tesco, cinema multisala Odeon, farmacia Boot, libreria Waterstone, edicola W. H. Smith, un panorama commerciale e urbano che uccide l’identità e la diversità, per cui il centro di Stratford-upon-Avon, deliziosa città natale di Shakespeare, è il clone delle vie dello shopping nella capitale.
Nel Regno Unito la progressiva espansione dei “chain stores”, le catene di empori e negozi tutti uguali, provoca la chiusura di cinquanta botteghe indipendenti alla settimana: droghieri, macellai, fornai, pescivendoli. Insieme alla varietà, si riduce la scelta: le catene di cartolibrerie e edicole si concentrano sui cento giornali e riviste più venduti, al contrario delle edicole indipendenti che offrivano molte più testate, e la stessa cosa accade con l’offerta di film in dvd e con i cd musicali. Perfino i pub non ce la fanno più, travolti da catene di ristorazione e shopping-center: in tutta l’Inghilterra ne chiudono ventisei al mese, sei alla settimana tra i settemila ancora aperti nelle zone rurali. E mentre l’abitante di una grande città come Londra può sempre trovare una libreria, un’edicola, un negozio di musica indipendente, un vecchio pub, in provincia è impossibile, bisogna accontentarsi di quello che c’è: che paradossalmente finisce per essere meno, come possibilità di scelta, di quello che c’era una volta.
Negli Stati Uniti, dove la “clonazione urbana” era cominciata ancora prima, è anche peggio. Il settimanale Newsweekcita il caso Wal-Mart: quarant’anni or sono era una piccola catena di supermercati rionali, oggi ha cento milioni di clienti alla settimana, e ogni tre giorni apre una nuova filiale da qualche parte nel mondo. Secondo un recente studio, nei dieci anni in cui Wal-Mart è sbarcato in Iowa, in quel piccolo stato degli Usa hanno cessato l’attività 7.326 pubblici esercizi. La «fine della provincia» significa anche questo.
«Quando avremo perduto le nostre locande di paese», ammoniva il poeta Hilarie Belloc nel 1930, «non avremo più un’Inghilterra», e sicuramente esagerava. Ma intanto sono sorti in Europa movimenti come quello italiano delle “Città Slow”, le città “lente” in contrapposizione al “fast food” e a tutto quanto è troppo “veloce” nella vita d’oggi; o come la “Confederation Paysanne” di Jose Bove, la confederazione dei “paesani” in Francia. Come è noto, Bove è uno di quelli che nella globalizzazione vedono il diavolo. Altri, con più equilibrio, ritengono che Internet e la New Economy siano strumenti di progresso, ma difendono quel che c’era e c’è di buono nella vita di provincia. Teniamo pure in tasca il telefonino del villaggio globale, dicono, a patto di non rinunciare al villaggio.
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