mercoledì, novembre 16, 2005

e se venisse voglia di natale?



Il meteo dice che arriva il freddo (come se fosse strano a metà novembre). Le foglie ormai sono andate, l'estate indiana è dall'altra parte dell'oceano...il tweed trionfa sopra e sotto le passerelle...E se venisse voglia di Natale? Beh, allora uno va da Ikea e se lo inventa su un angolo del camino.

martedì, novembre 15, 2005

pointillisme




questa Venezia vera sembra dipinta da un "pointilliste". Il bello è che tutto nasce da quanto di meno naturale si possa pensare: un vaporetto con propulsione diesel e un cellulare Nokia 6670. Sembra la vendetta postuma della città del "chiaro di luna" contro i futuristi che la odiarono con tutto il cuore.

domenica, novembre 13, 2005

non sembra Hopper?



Ho riletto Lodoli e mi è venuta in mente la città che dipingeva Hopper. Sono passati cinquant'anni scarsi (niente per la storia e gli scenari urbani) ma quei silenzi al bancone e le parole dell'allieva di Lodoli sembrano distanti quattro secoli. Eppure, proprio al Salone del Mobile, in primavera, Hopper sembrava abitare alla porta accanto. Isn't it?

Mondo reale e mondo virtuale:un bellissimo pezzo

I senza futuro di casa nostra
   
da Repubblica del 12.11.05
di MARCO LODOLI
 
LA LUCE degli incendi nelle banlieues parigine è arrivata fin qui, a rischiarare le zone d´ombra delle nostre città e i discorsi della gente. Finalmente si presta attenzione agli esclusi, a chi vive sui bordi, a chi se la passa veramente male. Non so se in Italia, come sostiene Prodi, la situazione sia altrettanto esplosiva che in Francia; anzi, sinceramente non lo credo. Ma questo non cambia di una virgola l´ordine del discorso, che si pone nei seguenti termini: la vita nelle periferie delle grandi città è inevitabilmente predisposta alla criminalità. Elenchiamo i dati, nudi e crudi. Centinaia di migliaia di giovani vivacchiano senza studiare e senza lavorare, spogliati di ogni volontà.

i quartieri dove passano i giorni e le notti sono puro squallore, cemento e cocaina, centri commerciali e miseria, nessun cinema, nessun teatro, nessuna libreria, niente; in testa da quasi vent´anni i ragazzi hanno due o tre chiodi fissi, piantati con crudeltà dalla cultura imperante: soldi, successo, divertimento. Tra loro si muovono sempre più numerosi gli immigrati, a volte operosi, e dunque meglio disposti a sobbarcarsi del poco lavoro disponibile, a volte sovreccitati dalle potenzialità offerte fintamente dal nostro mondo, e dunque sfacciati e aggressivi nella ricerca di un posticino al sole. Mescolate tutto questo, agitate, e la molotov è pronta.

I miei allievi hanno chiara solo una cosa: non vogliono ripetere la vita dei loro nonni e dei loro genitori. Un´esistenza fatta di sacrifici, mutui trentennali per la casetta, denti stretti, fatica quotidiana, chiesa la domenica e sveglia alle sei del lunedì, briciole e sangue, loro non la vogliono più. Sono cresciuti tra mille garanzie di una felicità imminente, videoclip colorati e frenetici, show e risate e immagini goduriose su ogni canale, sulla strada illuminata che deve portare a una Terra Promessa, e indietro non ci vogliono tornare. Come gli albanesi, hanno visto che oltre il tempestoso ma breve braccio di mare c´è la Cuccagna, e di sicuro non si accontentano di niente di meno. Poi passano i giorni, le settimane, i mesi, gli anni e non accade niente. La strada sotto casa è ancora piena di buche e di fango, lo spacciatore all´angolo è sempre lì, la noia e la desolazione non si spostano di un metro, e allora nella testa cresce lo sconforto. La solitudine. Oppure la rabbia.

Una ragazza mi ha detto: «Professore, ha presente il fascio di luce che d´improvviso avvolge l´ospite d´onore e lo separa dal buio? Quella chiazza bianca o gialla sul palcoscenico? Mi sono accorta che è piccola, un cerchio minimo. Tutti non ci possiamo entrare, e neanche parecchi. Lì c´è posto per pochissimi. Per gli altri c´è il buio, il niente, al massimo un posto in platea per applaudire chi ce l´ha fatta e crepare d´invidia. A me non piace stare da una parte ad applaudire gli altri. Oggi a nessuno piace. Ma non mi va nemmeno di uscire dal teatro e mettermi a battere chiodi o sudare per due lire come mio padre e mia madre. Io quella luce la voglio. Io li capisco quelli che bruciano le macchine a Parigi. Loro la luce se la fanno da soli, e il mondo li guarda, arrivano le telecamere e il buio non c´è più, non c´è più questo schifo di vita».

Forse ha ragione la mia allieva, è una che sente come va il mondo meglio di tanti sociologi. Forse le cose stanno proprio così. Una macchina che brucia è già un faro, un vanto, un salto fuori dal nulla. Ormai solo il successo libera dal senso di fallimento e di morte. Il successo è la nostra corta eternità. La vita, con i suoi pesi e le sue tribolazioni, non la vuole più nessuno. E allora prepariamoci a spegnere i fuochi che abbiamo voluto accendere nella sterpaglia dell´esistenza, dopo tanti inviti ad ardere festosamente, prepariamo gli idranti.

a proposito di skyline



E' un attimo, quell'istante brevissimo tra il giorno e la notte che nel cinema si chiama: "...luce a cavallo...". Quel momento dove anche una qualsiasi rampa del supermercato sembra illuminata da Vittorio Storaro. Ecco quella luce lì....

sabato, novembre 12, 2005

isaiacom

12 novembre 2005, 19 56. Questo blog nasce in una serata nebbiosa con quel profumo di gomma e metallo nell'aria che ti riporta subito agli anni '60. Un periodo in cui l'inverno aveva sempre quest'odore e tutto sembrava più semplice, ingenuo (ma forse non era vero).

Arrivano notizie delle notti infuocate di Parigi ma sembrano lontanissime. Si parla di periferia: che bel nome. Pieno, concreto; antico anche lui. Solo ieri era "moderno" oggi è un pezzo di passato. Periferia di cosa, di dove, di chi?

Vista dalla campagna la periferia sembra lontanissima. Qui c'è il buio lattiginoso della notte, un silenzio piatto e lontano e coni di luce arancio che legano i lampioni all'asfalto: tutti in fila, ordinati che si illuminano i piedi. E'sabato sera ma in giro non c'è nessuno. Sembra di vivere un momento sospeso, una di quelle sere lente, fuori stagione, magari al mare. Una di quelle sere lucide di neon quando, da qualche bar che sta per chiudere, filtra la luce bleu di una televisione che ti parla di calcio ma lo fa ormai in modo distratto, stanco. Il calcio la sera ha sonno, è consumato. E'lontano anche lui e sta per essere archiviato.

Questo blog nasce in un giorno così, un giorno normale, qualsiasi. Ma quanto tempo c'è voluto per apprezzare un giorno così: un meraviglioso giorno che non urla.