venerdì, maggio 19, 2006

Ago e filo a Milano

La piazza (contestatissima) creata da Gae Aulenti di fronte alla stazione delle Ferrovie Nord a Milano ha questo ago di Claues Oldemburg piantato a terra. L'altra parte del filo, con il relativo nodo, è immersa in una fontana al centro della piazza. Senza tutto l'"ambaradam" di tettoie e tettoine che uccidono la piazza e incombino sulla scultura ci sarebbe stato un bel gioco di rimandi tra le case ottocentesche e il filo giocoso. Così sembra che sia appena finito un mercato immaginario e che l'ago sia il palo di un ombrellone abbandonato in attesa di essere fissato sul tetto di un furgone.
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lunedì, maggio 08, 2006

Fiera del Libro

Trasparenze
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Lo stand della Città di Torino disegnato da Francois Confino: sempre bello!
turin, book, stand
L'evento centrale è lingua madre: la "sorella" letteraria di terra madre, l'Onu dei cibi inventato da Slow Food
torino, book, event

sabato, aprile 29, 2006

Venezia: bella sfida, ma che fatica...

Palazzo Grassi riapre con la collezione Pinault. Questa è la locandina
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Sul traghetto
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Campo San Silvestro, la sera
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Ancora Milano...

Triennale, la scala ed i video
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Triennnale, cinquant'anni di design giapponese
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domenica, aprile 09, 2006

Salone del Mobile

stupenda installazione alla Permanente per Lexus: un canneto di plastica trasparente, una proiezione e una lounge area bianchissima con strane poltrone materiche
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venerdì, marzo 24, 2006

fab four...

quattro "favolosi" per un progetto innovativo su cui contiamo molto
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mercoledì, marzo 15, 2006

quasi completamente buio

quell'ora affascinante in cui il cielo perde centralità e le luci artificiali prendono il sopravvento. Di solito succede in una giornata limpida per cui il profumo del vento diventa il terzo elemento imprescindibile del quadro d'insieme.
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domenica, marzo 12, 2006

notte a Torino

scultura davanti al villaggio atleti
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passi durante la notte bianca a Torino
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sabato, marzo 04, 2006

cosa rimane dopo i giochi?

non sembra sia arrivato il tanto temuto "down" dopo i giochi. Tutto è tornato ad essere "solo" locale, l'età media si è di nuovo alzata (siamo vecchi a Torino) ma rimane "in eredità" una città stupefacente. L'illuminazione, ad esempio, la si scopre solo oggi che il mondo è tornato a casa. E' bellissima e rimane anche dopo i giochi.
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martedì, febbraio 28, 2006

gia finito?

lunedì ore 18, è quasi sparito tutto: chiuso il set dell'NBC, un'enorme gru in piazza carignano, spente le luci d'artista, poca gente per le strade, si smonta la medal plaza e palazzo Madama (la casa del Cio) è poco più di un riflesso sul guscio riflettente che ha ospitato i concerti e le premiazioni ogni sera.
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domenica, febbraio 26, 2006

riflessi della notte bianca

Porta Palazzo: illuminazione natalizia al centro della piazza
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Porta Palazzo: le luci di Michelangelo Pistoletto riflesse su un palazzo progettato da Fuksas che ospita arte contemporanea. Bel mix: mercato, multietnicità, arte, meno Fiat (finalmente) molto futuro (si spera)
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la vera star dei giochi

cheburashka: la mascotte russa, vera "diva" dei giochi. Ha oscurato neve e gliz le due mascote ufficiali di Torino 2006.
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il negozio dei russi in pieno centro (via Roma) che ha "sfrattato" Mandarina duck, bell'idea, l'unica. L'Italia (peccato) del tutto assente. Casa Italia sembra una fieretta piena di banchetti-marchetta presidiati da hostess annoiate.
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giovedì, febbraio 23, 2006

look of the games

splendido l'incrocio di colori del look of the games di Torino 2006: i manifesti di Bolaffi, i mini-poster allegati al quotidiano la Stampa, i biglietti, ecc...
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il look of the games circonda anche i siti: questo è Torino Esposizioni, il regno dell'hockey. Attorno un enorme parco urbano che corre lungo il fiume Po
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sabato, febbraio 18, 2006

venerdì, febbraio 17, 2006

olympic days

Shanghai decorativo: bella struttura che fa parte del look of the city durante i XX Giochi Olimpici Invernali.
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ombre sui "vasi di fiori" che contengono gli shanghai in piazza San Carlo a Torino. Sono un segno urbano molto forte che ha invaso la città. Belli!
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martedì, febbraio 14, 2006

e dato che è il 14 febbraio...

potevamo esimerci? Siamo circondati da cuori di tutti i tipi
san valentino, hearth, love,

il cuore dell'inaugurazione olimpica non è piaciuto al critico (è una critica) del New York Times. Erano meglio i cow boys di Salt Lake City? La foto è quella dell'accensione della fiamma. Credo sia del NYT, se non fosse così sarò felice di scrivere il nome dell'autore. Ho scaricato talmente tante immagini che non so più di chi sono...
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Meno male che ci sono i "newyorker" normali e meno male che c'è stato il "blizzard" che ha aggiunto magia a magia. Se mi peggiorano anche gli ultimi "europei d'america"siamo fritti...La foto è sicuramente del NYT.
In ogni caso (tornando al cuore che non è piaciuto) Alberto Sordi avrebbe detto: "Americà m'hai provocato, mo te magno".
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Torino olimpica

struttura in piazza Solferino: la piazza che mette insieme barocco, luci d'artista, sculture temporanee, ospiti internazionali, pensionati, bambini, spirito olimpico
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ancora riflessi in piazza Solferino
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domenica, febbraio 12, 2006

la mole in decollo...

la mole antonelliana tra due palazzi. La luce allo jodio rende tutto verde oro
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mercoledì, febbraio 08, 2006

la città ed i giochi

il villaggio sponsor è quasi pronto. Mancano due giorni ai Giochi Olimpici Invernali. Torino è bellissima: un po' Boston, un po' Filadelfia e l'orgoglio di questa città inizia ad essere palpabile. Questi specchi ai lati del villaggio riflettono le architetture e le luci accese. Ho un debole per le luci nella case e negli uffici. Sembrano "tag" di vite sconosciute.
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ho un ufo in cucina...

visto che siamo globalizzati Ikea ha conquistato anche la mia cucina. Tempo fa sulla Stampa Gabriele Romagnoli scriveva che a Beirut, dove vive, un falegname ingegnoso gli aveva fatto un tavolo "finto Ikea". Stupendo: il massimo dell'industriale reinterpretato dall'artigianale, il contrario di quello che succede con lo street fashion.
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domenica, febbraio 05, 2006

due meraviglie...


Due "bimbi", una è qui vicino a me, l'altro l'ha portato via un animale con il suv. Mi ricordo di avere letto che Charles Shultz (il padre di Snoopy ecc...) aveva circondato la sua casa di segnali: "Attenti ci sono cani e gatti, Andate piano...". E mi ricordo la rabbia con cui ricordava quando un altro animale aveva investito uno dei suoi "veri snoopy".

This is the life, però....

love, dog, cat. pet

lunedì, gennaio 23, 2006

quel certo clima, un po' scuro...


mi ha sempre affascinato quella capacità dei locali di nyc di saper creare un buio quasi totale nella sala con quella forte illuminazione sul tavolo che ricorda un po' hopper e un po' caravaggio (mamma mia che accostamento). Ho provato anch'io. Il risultato non sembra male...

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venerdì, gennaio 20, 2006

mercoledì, gennaio 18, 2006

e allora iniziamolo, questo 2006


la prima foto dell'anno deve essere istituzionale. L'ho preparata per il mio sito, diventerà una specie di marchio. Sul mio blog, ovviamente, l'anteprima

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venerdì, dicembre 30, 2005

martedì, dicembre 20, 2005

che atmosfera....



rimanendo sempre a NYC non male quest'atmosfera. La fotografa ha 23 anni e pubblica su flickr con il nome di lastexit. Bravissima. Mi ricorda quei quadri di fine '800 con una Londra al tramonto e strade e marciapiedi ancora bagnati da un acquazzone: tecnicamente qualcosa di simile a Boldini ma focalizzato sul paesaggio Se trovo un esempio lo pubblico, ne ho in mente uno ma non mi ricordo chi, quando, dove.

domenica, dicembre 18, 2005

ecco le prime due...




so che è un luogo comune ma quando non bombardavano così tanto erano veramente teneri!

natale 2005 o 1955?



non è un periodo esaltante ma un albero bianco, pieno di luci e la faccia di Rudolph che ti guarda può illuderti, per un attimo, che il mondo sappia ancora essere una fiaba. D'altra parte è in questo periodo che si tirano fuori dall'armadio i film di Frank Capra. Ci avete fatto caso che è in corso un enorme revival del Natale old style? Babbi Natale anni '50, strade innevate come nemmeno Disney aveva mai osato immaginare, pupazzi di pezza da appendere all'albero, ecc...

C'erano delle cover fantastiche nei New Yorker degli anni '50 e'60. Adesso le cerco e le pubblico: che il santo protettore del copy right me la mandi buona. D'altra parte anche per la Condè Nast è Natale (oppure no?). Ciao...

domenica, dicembre 11, 2005

blade runner?



fatman (grazie, grazie) ha pubblicato su flickr questa foto di una città orientale. Avete presente Blade Runner, la musica di Vangelis, la pioggia continua, gli aero-taxi a mezz'altezza e la voce che diceva: "Visitate le colonie extramondo ecc...ecc...? E'un film del 1982 (più di vent'anni fa) ma sembra girato qui, oggi.
L'androide si sbagliava quando, alla fine del combattimento con Harrison Ford, diceva: "..E tutti quei ricordi, andranno perduti...nel tempo....come lacrime nella pioggia....". Tutti quei ricordi sono qui, ben vivi e ben forti. Buonanotte.

mercoledì, dicembre 07, 2005

hai presente il profumo del sole?



in tutto questo freddo mi è venuta voglia di una bella giornata di vento. Vi ricordate il profumo del sole sulla biancheria stesa? Me lo hanno ricordato due cose: la prima è il concorso di designboom (bel stito di design) in cui si ipotizzano, con la sponsorizzazione di Electrolux, oggetti di uso comune nella casa del 2020. Ebbene una designer (credo coreana) inventa una lavatrice che funziona con la luce del sole.
L'altro ricordo è legato a Niccolini (vi ricordare l'assessore alla cultura di Roma che inventò l'estate romana?). Ebbene in una intervista di qualche anno fa si lamentò di non avere realizzato il sogno di un creativo-nostalgico che voleva invadere le piazze romane con file di panni stesi al sole per ri-catturare il profumo del bucato "attraversato" dai raggi del sole.. Ah, quel profumo, e quello del vento....

venerdì, dicembre 02, 2005

la provincia? Disappeared!

da la Domenica di Repubblica
27 novembre 2005

La carica dei cloni: il villaggio globale cancella il villaggio
ENRICO FRANCESCHINI

I segni erano sotto gli occhi di tutti. Internet, telefonino, televisione satellitare hanno azzerato le distanze, geografiche e culturali. Nel mondo occidentale non esiste più un’area, per quanto isolata e remota, che non sia in grado di stabilire un immediato contatto con l’onnipresente metropoli. Di fatto nel villaggio globale il centro è diventato indistinguibile dai bordi: la globalizzazione ha fatto scomparire il villaggio. Restava solo il problema di come chiamare il fenomeno, di dargli un nome per poterlo individuare meglio. È venuto in mente a un sociologo inglese, Jeremy Seabrook, che sulla rivista letteraria britannica Granta ha scritto un articolo intitolato La fine della provincia. Se da qualche parte in Occidente esistono ancora cittadine di provincia, gente di provincia, vita di provincia, sono un residuato in via di estinzione, sostiene l’autore, con una punta di malinconia: «Perché sebbene il provincialismo venga associato a grettezza, arretratezza mentale ed economica, esso rappresenta anche un radicamento, un senso di appartenenza, una genuinità locale, non ancora infettate dall’assimilazione universale della globalizzazione».

Affermare che non ci sono più provincia e provinciali, naturalmente, è un’iperbole. Ma nemmeno Francis Fukuyama, il filosofo americano un cui controverso saggio annunciò «la fine della Storia» subito dopo il crollo del comunismo, intendeva dire che la Storia aveva cessato di scorrere. Il suo errore fu scambiare la fine della Guerra Fredda tra est ed ovest con la fine dei conflitti, delle guerre, degli scontri tribali: vide giusto, tuttavia, nel realizzare la vittoria o almeno il predominio dell’ideologia capitalista, più o meno accompagnata da quella democratica. In maniera analoga si può dire, a proposito dell’articolo di Granta— apparso in un numero dedicato al “countryside”, alla campagna e ai campagnoli “o a quel che ne resta”, recita il sottotitolo in copertina — che la gente e la vita di provincia continuano a esistere, in Europa come in America, ma è innegabile la tendenza a uniformarli alla gente e alla vita di città, a fare della campagna una cosa sola con la metropoli. Il processo, in effetti, è cominciato da un pezzo: Pier Paolo Pasolini ne parlava trent’anni fa, lamentando l’avvento di un’Italia televisiva, identica dalle Alpi alla Sicilia, e la scomparsa delle lucciole. Il “world wide web” e la globalizzazione economica hanno solo accelerato la trasformazione.

Il sociologo Seabrook è un nemico dichiarato del globalismo estremo: non per nulla il suo ultimo libro s’intitola Consuming cultures, globalization and local lives(Culture che si consumano, globalizzazione e vita locale). Ciononostante, neppure lui nega che l’economia globale abbia portato progressi. «Regioni che per secoli sono rimaste circoscritte, chiuse su se stesse e autarchiche, tessendo pazientemente una rete di relazioni di parentela, di comunità e di lavoro, si ritrovano improvvisamente parte di una rete globale ben più ampia in scopi e raggio d’azione», scrive su Granta. Su questi nuovi network è possibile fare conoscenza istantanea con persone lontane centinaia o migliaia di chilometri; i confini del mercato del lavoro esplodono, allargandosi all’infinito; la ricerca di informazioni, cultura, intrattenimento, non esclude più il “provinciale”, come i Vitelloni felliniani che sognano Roma guardando i binari della ferrovia, poiché oggi, dovunque uno si trovi, non è più tagliato fuori da niente. L’unica provincia sopravvissuta, conclude Seabrook, è la provincia della povertà, dove Internet, telefonino e antenne a disco satellitari non sono ancora arrivati; ma dove, presumibilmente, non tarderanno troppo.

Se la fine della provincia misera e ortodossa dovrebbe essere motivo di gioia per tutti, c’è anche del rammarico per ciò che va perduto con la sua scomparsa, e la rivista Grantanon è sola a notarlo. Coloro che sono fuggiti dai villaggi e dalle campagne in cerca di benessere non vivono certamente meglio negli sterminati alveari dei sobborghi o nei disumani ghetti urbani. Ma anche coloro che sono rimasti in provincia stentano a riconoscerla, e non solo per via di Internet e dei telefonini. Prendiamo la Gran Bretagna, dove ormai ogni strada e ogni quartiere, dalla megalopoli Londra fino alle cittadine di poche decine di migliaia di abitanti, stanno diventando uguali l’uno all’altra, accusa il Guardian, denunciando il trend della “città clonate”: dappertutto gli stessi negozi con le stesse vetrine appartenenti alle stesse catene, boutique Gap, caffè Starbucks, ristorante McDonald’s, supermarket Tesco, cinema multisala Odeon, farmacia Boot, libreria Waterstone, edicola W. H. Smith, un panorama commerciale e urbano che uccide l’identità e la diversità, per cui il centro di Stratford-upon-Avon, deliziosa città natale di Shakespeare, è il clone delle vie dello shopping nella capitale.

Nel Regno Unito la progressiva espansione dei “chain stores”, le catene di empori e negozi tutti uguali, provoca la chiusura di cinquanta botteghe indipendenti alla settimana: droghieri, macellai, fornai, pescivendoli. Insieme alla varietà, si riduce la scelta: le catene di cartolibrerie e edicole si concentrano sui cento giornali e riviste più venduti, al contrario delle edicole indipendenti che offrivano molte più testate, e la stessa cosa accade con l’offerta di film in dvd e con i cd musicali. Perfino i pub non ce la fanno più, travolti da catene di ristorazione e shopping-center: in tutta l’Inghilterra ne chiudono ventisei al mese, sei alla settimana tra i settemila ancora aperti nelle zone rurali. E mentre l’abitante di una grande città come Londra può sempre trovare una libreria, un’edicola, un negozio di musica indipendente, un vecchio pub, in provincia è impossibile, bisogna accontentarsi di quello che c’è: che paradossalmente finisce per essere meno, come possibilità di scelta, di quello che c’era una volta.

Negli Stati Uniti, dove la “clonazione urbana” era cominciata ancora prima, è anche peggio. Il settimanale Newsweekcita il caso Wal-Mart: quarant’anni or sono era una piccola catena di supermercati rionali, oggi ha cento milioni di clienti alla settimana, e ogni tre giorni apre una nuova filiale da qualche parte nel mondo. Secondo un recente studio, nei dieci anni in cui Wal-Mart è sbarcato in Iowa, in quel piccolo stato degli Usa hanno cessato l’attività 7.326 pubblici esercizi. La «fine della provincia» significa anche questo.

«Quando avremo perduto le nostre locande di paese», ammoniva il poeta Hilarie Belloc nel 1930, «non avremo più un’Inghilterra», e sicuramente esagerava. Ma intanto sono sorti in Europa movimenti come quello italiano delle “Città Slow”, le città “lente” in contrapposizione al “fast food” e a tutto quanto è troppo “veloce” nella vita d’oggi; o come la “Confederation Paysanne” di Jose Bove, la confederazione dei “paesani” in Francia. Come è noto, Bove è uno di quelli che nella globalizzazione vedono il diavolo. Altri, con più equilibrio, ritengono che Internet e la New Economy siano strumenti di progresso, ma difendono quel che c’era e c’è di buono nella vita di provincia. Teniamo pure in tasca il telefonino del villaggio globale, dicono, a patto di non rinunciare al villaggio.

invece a Roma...



Invece a Roma basta una rete di lampadine: niente di artistico appeso contro il cielo. Ma che bella l'illuminazione stradale consueta. Mai troppa luce: quel tanto che basta per vederci ma vetrine e palazzi protagonisti assoluti anche di notte, come una volta. Vero: "...Marciellloooo..."?.

giovedì, dicembre 01, 2005

torino: luci d'artista



le luci d'artista di Torino si spengono prima per mancanza di fondi. Soltanto nel week end rimarranno accese fino alle 2 di notte. E un segno dei tempi ma fa un po' tristezza: si fa festa fino alle 23 dicendo: "Siamo una delle potenze mondiali, abbiamo telefonini e suv a valanga". Ma poi tutti a nanna perchè, sotto sotto, siamo poveri. Avrà ragione Silvio Peron o Romano Cassandra?